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Nasce Penguin Random House


Posted on agosto 22nd, by Risguardi in Case editrici, Editoria. No Comments

La fusione tra i due giganti dell’editoria Penguin e Random House, annunciata nell’ottobre 2012, si è ufficialmente completata il 1 luglio 2013, trasformando i cosiddetti Big Six, responsabili della pubblicazione di due terzi dei libri in circolazione negli Stati Uniti, nei Big Five, anche se voci di un possibile avvicinamento tra HarperCollins e Simon & Schuster potrebbero sfociare in un’ulteriore riduzione della compagine a quattro componenti (gli altri sono Hachette e MacMillan).

La nascita del colosso Penguin Random House, presentatosi orgogliosamente come “the world’s first truly global trade book publishing company”, risponde in parte alle crescenti pressioni subite negli ultimi tempi dall’editoria tradizionale, soprattutto a opera di Amazon — che ha visto la propria politica ulteriormente rafforzata dalla causa sul prezzo degli e-book vinta dall’Antitrust in Europa e negli USA contro Apple e altri editori — e in parte all’esigenza di acquisire capitali e influenza in un settore attraversato da una profonda fase di rinnovamento.

Un giro di affari di 2,6 miliardi di dollari, un quarto della produzione libraria mondiale, oltre 10.000 dipendenti (ma già si vocifera di tagli all’organico), quasi 250 sigle editoriali e 5000 titoli l’anno, queste le cifre dietro a quella che il New York Times ha definito “la più grande fusione editoriale della storia”, il cui timone è ora nelle mani di Bertelsmann (53%) e Pearson (47%).

Decine le case editrici indipendenti assorbite dalla nuova conglomerata: da Anchor, Doubleday, Dutton, Knopf, Pantheon, G. P. Putnam’s Sons e Viking, che continuano tuttavia a gestire notevoli risorse, a nomi storici quali Jonathan Cape, Fawcett, Grosset & Dunlap, Jeremy P. Tarcher, in molti casi ridotti a semplici sigle editoriali su un frontespizio, accompagnate dal vago ricordo del progetto iniziale.

L’orientamento generale è per l’omogeneizzazione e la concentrazione su pochi generi specifici, come la narrativa di consumo, i thriller e la saggistica di qualità, quest’ultima appannaggio quasi esclusivo dei marchi storici, gli unici in grado di garantire gli anticipi necessari alla ricerca e le competenze editoriali per realizzare e promuovere il prodotto.

[pullquote align="left"]Per autori e agenti l’orizzonte sembra farsi più gramo: sia Penguin che Random House proibiscono o limitano fortemente la competizione tra le sigle editoriali interne per l’acquisto dei diritti, il che, secondo alcune valutazioni, finirà per tradursi in anticipi inferiori sulle royalty e minori chance di suscitare in editor e promotori il genere di attenzione che concorre a trasformare un manoscritto in un’opera di successo.[/pullquote]Non tutti, però, sono dello stesso avviso. Jamie Byng, alla guida della scozzese Canongate (vincitrice del Man Booker Prize 2002 con Vita di Pi) è convinto, invece, che la fusione espanderà il mercato dei libri, aprendo nuove prospettive per gli editori indipendenti più dinamici e favorendo lo sviluppo di strumenti digitali innovativi per avvicinare autori e lettori. “Non possiamo competere con giganti come Hachette o Random House, ma possiamo fare di più, perché facciamo le cose in maniera diversa e certe volte anche meglio” dichiarava Bing in un’intervista del 2011 per GQ, quasi un manifesto dell’editoria indipendente. Al di là delle singole speculazioni, la verità è che è ancora troppo presto per prevedere l’impatto che Penguin Random House avrà sul mercato: il settore è in continuo mutamento e nessuno può predire come sarà di qui a qualche anno.

Per il momento, sul versante più commerciale — rosa, horror, eros alle Cinquanta sfumature — si assiste a un crescente successo degli autori autopubblicati, anche se definirli tali è forse improprio, considerato che spesso hanno alle spalle un agente con un “pacchetto” di redattori, grafici e promotori, in molti casi transfughi da redazioni editoriali in mobilità.

E la narrativa di qualità? Un ruolo importante sembra essere affidato a piccole, coraggiose case editrici come Graywolf, Milkweed e McSweeney’s, autentiche sacche di resistenza che, pur non disponendo di grandi risorse, possono comunque contare su una forte personalità e vocazione editoriale. È probabile che le proposte più interessanti per gli editori stranieri (e i lettori in generale) in cerca di voci originali arrivino proprio da loro.





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