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Adolphe Nysenholc

Adolphe Nysenholc, autore di Bubelè, l'enfant à l'ombre
ADOLPHE NYSENHOLC

Belgio

Bubelè, l’enfant à l’ombre
L’Harmattan, Parigi, 2007, 132 p.

Leggi il primo capitolo dell’opera in traduzione italiana
Scheda biobibliografica
Bubelè, l’enfant à l’ombre su Pinterest
Videointervista con l’autore sul suo romanzo Bubelè

 FINANZIAMENTI ALLA TRADUZIONE  Disponibile programma di sostegno alla traduzione e promozione all’estero di autori belgi a cura della Fédération Wallonie-Bruxelles.

Un libro di lampante sincerità, che suona giusto e fresco.
Le Soir

Per la sua capacità di rivelare il mondo interiore del bambino nascosto, Bubelè apre la porta alla conoscenza di una storia finora nascosta nei manuali.
Points critiques

SCHEDA DI LETTURA DELL’OPERA

I bambini nascosti sono diventati parte integrante della storia della Shoah. Si tratta di quelle migliaia di bambini ebrei che, nascosti, si salvarono in molti paesi europei dalle retate naziste grazie alla protezione di famiglie non ebree, di istituzioni religiose cristiane o di comitati ebraici clandestini.

Dolfi, il piccolo protagonista del libro, è uno di loro, un “bambino nell’ombra” come recita il titolo del romanzo. La madre lo ha affidato a una coppia di operai sulla cinquantina, che vivono nella periferia ancora semi-rurale di Bruxelles. Gli ha detto che verrà a riprenderlo “domani”. Ma questo domani non arriva: i genitori del bambino saranno trucidati ad Auschwitz e Tanke e Nunkel, i “genitori di guerra” si prenderanno cura del bubelè (il piccolino) fino alla fine delle ostilità e alla Liberazione.

Questo il nucleo del romanzo, che è anche la dolorosa ricostruzione di un’infanzia nascosta e di un’adolescenza vissuta tra due territori identitari (quello goy della famiglia adottiva e quello ebraico faticosamente riconquistato). Sono occorsi molti anni a Nysenholc — che pure, come autore di teatro, aveva affrontato a più riprese il tema delle persecuzioni — per scrivere, a distanza di decenni, la sua stessa storia, calandosi nei panni del bubelè e cercando di rivedere il mondo con gli occhi di quel bambino.

Alla fine della guerra uno zio – sopravvissuto ai campi – verrà a cercarlo e Dolfi dovrà dunque vivere una nuova separazione. Accolto in un pensionato per bambini ebrei rimasti senza famiglia, scoprirà la sua nuova dimensione nei misteriosi segni della lingua della fede, nelle preghiere e nei rituali antichi, a partire dalla circoncisione, che formalizza il patto con Dio, fino al bar mitzvah, la cerimonia che segna l’ingresso nella vita adulta e su cui si chiude il romanzo.

Un’angoscia arcaica pervade soprattutto la prima parte del testo, che, attraverso la frammentarietà dei ricordi, spesso legati a semplici percezioni o a sogni, dà voce alle paure senza nome di un bambino smarrito in un mondo che appare indecifrabile ma che tuttavia riesce a offrirgli sostegni a cui appigliarsi. E, malgrado tutto, l’umorismo si fa strada nel racconto, riuscendo ad aprire imprevisti squarci di luce.

Diviso tra la fedeltà a fedi e a famiglie diverse, più volte nel corso della storia il ragazzo sarà sul punto di partire (verso Israele, verso l’America) come tanti ebrei nel dopoguerra, per scavare un solco profondo con il passato e ricominciare altrove. Ma il cordone ombelicale con i genitori di guerra prevarrà: cercando un’identità di compenso nel personaggio del Monello di Charlie Chaplin, il cui cinema lo affascina, Dolfi rimarrà in Belgio, a combattere, con l’arte del teatro e della letteratura, i mostri di sempre.

 Se interessati all’opera, contattare info@risguardi.it