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Jacobo Sefamí

Jacobo Sefami
JACOBO SEFAMÍ

Messico

Los Dolientes
Plaza y Janes, México, 2004, 257 p.

Leggi i primi due capitoli dellopera in traduzione italiana

Scheda biobibliografica dell’autore

 FINANZIAMENTI ALLA TRADUZIONE 

Disponibili sovvenzioni per la traduzione di opere di autori messicani tramite il programma PROTRAD del Fondo Nacional para la Cultura Y las Artes. Informazioni

 
Sefamí è l’autore della prima opera sulla comunità degli ebrei di Damasco in Messico alla quale orgogliosamente appartiene.
Raíces, Madrid

In Los Dolientes la morte del padre è il varco per entrare in un mondo ricco di tradizioni religiose e culturali percepite ai margini della cultura ufficiale del Messico.
Confluencia, Revista Hispanica de Cultura y Literatura

SCHEDA DI LETTURA DELL’OPERA

Il romanzo di Sefamí si svolge tutto all’interno della comunità sefardita di Città del Messico, in particolare nella comunità shamí, costituita da quegli ebrei siriani che, sfuggendo alle persecuzioni a cui erano sottoposti nell’Impero Ottomano, emigrarono nelle Americhe, soprattutto negli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale.

Dal punto di vista temporale, l’azione si svolge tra Rosh Hashanah, l’inizio del nuovo anno ebraico, e Yom Kippur, il giorno del pentimento. In mezzo a queste due date, tra le più importanti del calendario ebraico, si inserisce la morte e il relativo lutto di Simón Galante, patriarca senza vocazione di una famiglia di sette figli maschi.

Tutta la famiglia — la madre, i sette figli, e poi nuore, zii, cugini e nipoti — vanno e vengono dalla stanza d’ospedale nella quale Simón agonizzante, il corpo martoriato dall’accanimento dei medici, dà ormai segnali di vita sempre meno frequenti.

Ed ecco che la morte sopravviene, inopportunamente – è il caso di dirlo per tutto ciò che questa coincidenza comporterà – proprio venti minuti prima dell’inizio del nuovo anno ebraico.

Parte da qui una delle principali direttrici lungo le quali si sviluppa il romanzo, una linea che potremmo definire quasi etnografica, perché in realtà tutta la famiglia Galante e in un certo modo la stessa comunità shamí a cui essa appartiene, comincia a dibattersi nel groviglio di prescrizioni che riguardano i giorni di festa, prescrizioni che si incrociano, e molto spesso confliggono, con quelle che accompagnano la morte e i rituali del lutto.

Il morto può essere deposto a terra? Come e quando può essere seppellito? I parenti devono, nonostante il lutto, andare in sinagoga per le celebrazioni di Rosh Hashanah? E, in questo caso, devono accettare le condoglianze pubbliche? Possono recitare il kaddish dato che, come parenti di un defunto, non hanno il diritto di far parte di un minian, ovvero del gruppo di dieci maschi adulti necessari per la preghiera pubblica?

Ogni capitolo – oltre a riportare la data del calendario ebraico e di quello cristiano – si apre con uno dei precetti che regolamentano il lutto ebraico, precetti contenuti in un testo sapienziale noto anche come “codice di legge ebraica” e risalente al XVI secolo.

Accanto a questa linea di lettura, che confronta una ritualità antichissima con le abitudini e lo stesso impiego del tempo della società contemporanea, il romanzo ne sviluppa un’altra più intima, tutta interna al clan dei Galante e al rapporto che ciascuno dei suoi membri intratteneva con il defunto. Qui emergono le voci individuali dei fratelli, ognuno con la sua personale relazione con questo padre, forse poco autorevole ma capace di generosi slanci d’affetto. Qui alza la voce il primogenito, di colpo investito dalle responsabilità della reggenza, qui sciorina i suoi ricordi la moglie, una donna forte e frustrata nel ruolo di chi ha sempre dovuto chiedere al marito, qui riaffiora il rimorso del più piccolo dei fratelli, presente all’incidente che ha tolto la vita all’unica bambina di casa e per il quale porta il peso di una colpa intollerabile.

Segreti di famiglia, rancori a lungo covati, frasi non dette, rimpianti per ciò che non potrà più risolversi in parole e gesti. Tutto ciò che più o meno sempre accade alla morte di un genitore, amplificato dalla chiusura del microcosmo familiare a sua volta chiuso all’interno del microcosmo della piccola comunità shamí.

Il versante pubblico del lutto, con la difficoltà a interpretare e a capire le prescrizioni della legge religiosa, si alterna con il versante privato, in cui la compostezza cede il passo al sentimento di perdita che ogni membro della famiglia vive in modo del tutto personale.

La cultura ebraica impregna l’opera di Sefamí, che ha il merito, tra l’altro, di essere uno dei pochissimi scrittori che ci hanno dato testimonianza della vita di queste isole di ebraismo tuttora vive in un paese, il Messico, dove risultano assolutamente integrate, pur con le contraddizioni che ne derivano, accentuate nel libro da un confronto generazionale.

Un altro merito del romanzo è quello di rendere conto della sopravvivenza, all’interno del castigliano nella sua variante messicana, di parole ed espressioni conservate dall’arabo siriano e, andando indietro nel tempo, dal ladino. Una lingua ricca che dà al libro il sapore dei tanti strati di cultura che gli ebrei da sempre si portano in giro per il mondo.

 Se interessati all’opera, contattare info@risguardi.it